Operazione in nome della “legalità” neofascista che colpisce l’iniziativa popolare dal basso, solidale e antifascista e spalanca le porte alla speculazione immobiliare lasciando indisturbati i covi degli squadristi
Tutti in piazza a Milano il 6 settembre! (Adesioni del PMLI e de “Il Bolscevico”)

Il 21 agosto, alle prime luci dell’alba, è scattato lo sgombero del Leoncavallo di via Watteau a Milano, storico centro sociale autogestito e simbolo di cinquant’anni di cultura popolare, antifascismo e solidarietà dal basso. Polizia e carabinieri hanno fatto irruzione nello stabile su ordine della questura, consegnandolo alla proprietà privata dell’immobile, la società L’Orologio srl del gruppo Cabassi.
L’operazione, avvenuta con largo anticipo rispetto alla data fissata del 9 settembre, porta la firma del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del governo neofascista Meloni.
Ciò è accaduto dopo decenni di rinvii e trattative tra Comune, proprietà e attivisti. Ma il governo ha deciso di anticiparlo a sorpresa, con un provvedimento che i legali del Leoncavallo hanno definito “anomalo”. La tempistica non è casuale: “Ripetere dopo trent’anni uno sgombero ad agosto (il primo sgombero fu nel 1994 dalla prima sede di via Ruggero Leoncavallo, ndr ) dimostra debolezza”, ha commentato l’avvocato del Leoncavallo, Mirko Mazzali. L’operazione ha così assunto un chiaro significato politico: dimostrare all’elettorato della destra neofascista il “trionfo della legalità”, cancellando in un colpo solo mezzo secolo di storia di promozione culturale e artistica alternativa, antifascismo, solidarietà e aggregazione popolare.
La retorica della legalità borghese e le responsabilità del “centro-sinistra”
La ducessa Meloni ha parlato di “fine delle zone franche” e Piantedosi ha celebrato la “linea dura contro le occupazioni abusive”. Il duce aggiunto Salvini, fedele alla sua propaganda securitaria fascioleghista, ha esultato gridando “afuera!”. Ma mentre i palazzi del potere neofascista esultano, resta evidente il doppio standard della legalità borghese che da una parte tutela la proprietà privata immobiliare e dall’altra applica l’eccezionalità per i camerati squadristi: i loro covi come Casapound a Roma restano intoccati, mentre vengono abbattuti i luoghi di cultura antifascista e di solidarietà dal basso.
Il sindaco PD Beppe Sala ha detto di non essere stato informato dello sgombero, dichiarandosi “molto arrabbiato”. Eppure, la sua amministrazione – come quelle che l’hanno preceduta – porta grandi responsabilità. In quattordici anni di governo cittadino, il “centro-sinistra” non ha mai saputo o voluto trovare una soluzione politica alla vicenda del Leoncavallo.
Lo spazio sociale autogestito più famoso d’Italia è stato lasciato in un limbo, fino all’inevitabile esito di questi giorni, mentre la città veniva ridisegnata in funzione della speculazione edilizia e delle gentrificazione secondo le esigenze della grande borghesia finanziaria e immobiliare, attualmente portate avanti direttamente dal sindaco PD Sala nelle scandalose dinamiche emerse dall’inchiesta giudiziaria su “Palazzopoli”.
Come osservano molti attivisti, “la destra fa la destra, è la sinistra che non sa fare la sinistra”.

Resistere e lottare
Lo sgombero del Leoncavallo è anche il simbolo di una trasformazione più ampia: la città come vetrina, svuotata di vita popolare e ridotta a merce per turisti e investitori-speculatori. Proprio davanti all’ex centro sociale sorgerà uno dei nuovi grattacieli del piano urbanistico, un progetto che incarna l’alleanza del potere politico governativo e comunale con le banche e i grandi immobiliaristi.
La Cellula “Mao” di Milano del PMLI ha denunciato in un comunicato (pubblicato a parte) che lo sgombero è un “atto di guerra contro l’iniziativa autogestita dal basso” e rilanciato la propria rivendicazione: socializzare la vita nei quartieri attraverso la costruzione e il finanziamento pubblico di centri sociali, luoghi autogestiti di cultura, sport, arte e aggregazione popolare, recuperando e ristrutturando le aree dismesse, le fabbriche abbandonate, le caserme e gli immobili inutilizzati per restituirli alle masse popolari, non agli speculatori!
Nonostante la perdita dello stabile, la comunità del Leoncavallo non intende arrendersi. Già nella giornata dello sgombero centinaia di manifestanti hanno presidiato il quartiere Greco. Sul tavolo resta l’ipotesi avanzata dal Comune di una nuova sede in via San Dionigi (un immobile comunale su cui ha deliberato le linee guida per un bando pubblico per l’assegnazione di un diritto di superficie per “associazioni e fondazioni senza scopo di lucro”), ma le difficoltà sono enormi: bonifiche da amianto, costi di ristrutturazione, incertezze amministrative.

La risposta, intanto, passa per la piazza. Lo stesso Leoncavallo, insieme a numerose realtà cittadine e nazionali, ha convocato un corteo nazionale per sabato 6 settembre a Milano, in coincidenza con il festival antirazzista “Abba Vive”. Sarà, promettono gli organizzatori, una mobilitazione contro la gentrificazione, la speculazione e la repressione politica. Vi hanno aderito ufficialmente il PMLI e Il Bolscevico .
Il Leoncavallo non muore
Lo sgombero arriva proprio alla vigilia del cinquantenario: “Per noi è un colpo al cuore – ha dichiarato Marina Boer, presidente dell’Associazione Mamme Antifasciste – ma non sarà la fine. Continueremo a cercare alternative e a difendere la nostra storia”.
Il “Leonka” resta un patrimonio collettivo che nessun decreto repressivo potrà cancellare. Per cinquant’anni ha dato voce a giovani, lavoratori, migranti, artisti, precari. Ha rappresentato un’idea diversa di città: orizzontale, solidale, antifascista, contro il verticalismo del potere e la dittatura del mercato immobiliare.
Lo sgombero non è la fine: è l’inizio di una nuova stagione di resistenza. E il 6 settembre, Milano sarà chiamata a scegliere da che parte stare.


