146° Anniversario della nascita del grande Grande Maestro del proletariato internazionale

Sabato 20 dicembre, per celebrare in stile marxista-leninista il 146° Anniversario della nascita di Stalin (21 Dicembre 1879), militanti milanesi del PMLI si sono riuniti nella Sede di Milano del Partito per lo studio del testo del colloquio tra il Grande Maestro del proletariato internazionale e il giornalista statunitense Roy Wilson Howard svoltosi a Mosca il 1° marzo 1936.
Nel colloquio-intervista con Howard Stalin si muove con la stessa fermezza teorica e chiarezza metodologica che caratterizzano il suo confronto con H.G. Wells – che i compagni milanesi studiarono l’anno scorso – ma applicate questa volta non al terreno delle illusioni riformistiche, bensì a quello delle relazioni internazionali, della guerra e della libertà sotto il capitalismo. L’intervista diventa così una lezione di materialismo storico applicato alla politica mondiale concreta che presenta sostanziali analogie con quella attuale.
Stalin smaschera anzitutto la radice strutturale della guerra moderna, identificandola non in fattori morali, psicologici o contingenti, ma nel capitalismo giunto alla sua fase imperialista. Quando afferma che “il capitalismo, nella sua fase imperialista, è un sistema che considera la guerra uno strumento legittimo per risolvere le controversie internazionali”, egli non esprime un giudizio etico, ma una constatazione scientifica: la guerra non è una deviazione patologica del sistema, bensì un suo meccanismo funzionale, un mezzo per la redistribuzione violenta di mercati, colonie e sfere d’influenza tra gruppi capitalistici antagonisti. In tal modo Stalin contrappone alla visione idealistica e giuridicista della pace una lettura dialettica materialista, che individua nei rapporti di produzione capitalistici e nella loro crisi permanente la causa oggettiva dei conflitti armati.
Stalin individua anche un tratto tipico della politica imperialista: la “pacificità” declamata che, nel momento stesso in cui viene enunciata, si rovescia nel suo contrario. La volontà di pace proclamata da Hitler negli anni ’30 era già intrisa di minaccia, poiché non è che la forma ideologica con cui l’aggressione cerca di legittimarsi. Questo stesso meccanismo si ripresenta anche nell’odierna “pacificità” di figure come Trump e Putin, i quali, pur richiamandosi formalmente alla stabilità, alla sicurezza o alla fine dei conflitti, non riescono a parlare di pace senza brandire dazi, sanzioni, ultimatum, riarmo e rapporti di forza militare convenzionale e nucleare, mentre nei rispettivi “giardini di casa” proseguono aggressioni e ne preparano di nuove.
Stalin respinge anche la rappresentazione borghese dell’URSS come potenza animata da progetti espansionistici. La sua celebre affermazione secondo cui “esportare la rivoluzione è una sciocchezza” chiarisce che il marxismo-leninismo non è una dottrina volontaristica né cospirativa, ma una teoria scientifica dei processi storici. La rivoluzione non si impone dall’esterno, bensì nasce dalle contraddizioni interne di ciascuna formazione sociale e quando le masse lavoratrici – tramite la loro avanguardia politica proletaria, cosciente e organizzata – ne riconoscono la necessità storica. In questo senso Stalin ribadisce, contro la propaganda anticomunista, che l’Internazionale comunista e l’URSS non sostituiscono la lotta di classe reale dei popoli, ma ne riconoscono l’autonomia e le leggi oggettive di sviluppo.
Il colloquio assume poi un valore teorico ancora più netto quando Stalin affronta il tema della libertà, demolendo l’astrazione liberale della “libertà personale” sotto il capitalismo. La sua affermazione secondo cui “è difficile immaginare la libertà personale di un disoccupato che ha fame” ripropone, in forma concreta e immediatamente comprensibile, la critica marxista ai diritti formali borghesi. Stalin mostra che la libertà proclamata dal capitalismo è puramente cartacea, poiché convive strutturalmente con lo sfruttamento, la disoccupazione e la paura permanente della miseria. La vera libertà, egli afferma, può esistere solo là dove sono state abolite le condizioni materiali che rendono l’uomo schiavo del bisogno: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’oppressione di classe, l’insicurezza dell’esistenza. È una libertà reale, sociale, storicamente determinata, e non un’illusione individualistica.
Stalin chiarisce con rigore teorico che la società edificata in URSS non ha nulla a che vedere con il cosiddetto “socialismo di Stato”, espressione ambigua e mistificante usata per designare forme di capitalismo in cui lo Stato interviene parzialmente nell’economia senza intaccarne i fondamenti di classe. Stalin spiega che, nel “socialismo di Stato” borghese, la proprietà privata dei mezzi di produzione resta intatta e l’intervento statale serve unicamente a rafforzare o salvare il capitalismo, spesso in funzione bellica. Al contrario, il socialismo sovietico si fonda sull’abolizione della proprietà privata delle fabbriche, della terra, delle banche e dei trasporti, sostituita dalla proprietà sociale – statale e collettiva – dei mezzi di produzione. Proprio questa trasformazione dei rapporti di proprietà segna il carattere autenticamente socialista dell’URSS, distinguendola radicalmente tanto dal capitalismo liberale quanto dalle forme fasciste e “nazionalsocialiste”, nelle quali il dominio del capitale e la divisione in classi rimangono intatti. Stalin sottolinea infine che il socialismo sovietico è una fase storica ancora non pienamente compiuta, ma già fondata su basi nuove, in cui sono stati eliminati lo sfruttamento, la disoccupazione e l’oppressione di classe, creando le condizioni materiali per il passaggio futuro al comunismo.
Nel suo insieme, il colloquio con Howard si configura, dunque, come una esposizione rigorosa e polemicamente efficace della linea marxista-leninista: analisi scientifica dell’imperialismo come causa della guerra, rifiuto delle caricature sulla “rivoluzione esportata”, e affermazione della superiorità storica della libertà socialista su quella borghese. Come nel confronto con Wells, Stalin non si limita a rispondere alle domande, ma utilizza il dialogo per elevare il livello della discussione, riportandola dal terreno delle apparenze ideologiche a quello delle leggi reali che governano lo sviluppo della società capitalistica e della lotta di classe mondiale.
L’iniziativa di studio e riflessione si è conclusa con la soddisfazione politica dei partecipanti, consci che stando sulle spalle dei cinque giganti che sono i Grandi Maestri del proletariato internazionale, noi marxisti-leninisti italiani riusciamo a vedere più lontano nel continuare a far crescere il PMLI – radicandolo nella classe operaia e tra le masse sfruttate e oppresse in Italia – affinché abbia non solo una testa ma anche un corpo da Gigante Rosso, proseguendo a lottare con più fiducia e determinazione contro la dittatura capitalista neofascista della borghesia italiana – oggi governata dalla ducessa Meloni – al fine di spazzarla via per realizzare l’Italia unita, rossa e socialista!
Con Stalin per sempre, contro il capitalismo, per il socialismo!
Al servizio del Partito!
Coi Maestri e il PMLI vinceremo!

