
Venerdì 28 novembre a Milano oltre 15mila lavoratori e studenti si sono raccolti in Porta Venezia per dare inizio al corteo indetto in occasione dello sciopero generale convocato dai sindacati di base.
L’agitazione – promossa da sigle quali USB, CUB, COBAS e altre realtà – è stata concepita come risposta concreta alla manovra economica, che il governo neofascista Meloni vuole imporre alle masse lavoratrici e popolari italiane, bollata inequivocabilmente come una “finanziaria di guerra” che prevede lo spostamento di risorse dalle spese sociali agli armamenti. La protesta si estende contro la privatizzazione dei servizi pubblici, la violenza di genere, il Ddl sicurezza e l’autonomia differenziata. Le richieste sono molteplici, da maggiori investimenti in scuola, sanità e trasporti alla stabilizzazione dei precari e all’adeguamento delle pensioni all’inflazione. In piazza anche la causa palestinese (rappresentata da tante bandiere della Palestina e dell’API) con la denuncia del genocidio nazisionista di palestinesi di cui sono complici il governo Meloni e l’industria bellica capitalista italiana e la rivendicazione di rompere ogni relazione con Israele criminale.
A fermarsi, il trasporto ferroviario, aeroportuale, sanità, vigili del fuoco, scuola e informazione, I lavoratori del trasporto pubblico ATM hanno invece posticipato lo sciopero alla domenica. A scioperare anche lavoratori del Teatro la Scala presenti in piazza con uno striscione.

Tra i comizi “volanti” degli organizzatori e dai megafoni, si alzava la voce di chi da anni vive le conseguenze del precariato e dei tagli: secondo Giorgia Salvati dell’organizzazione studentesca Cambiare Rotta, la legge in preparazione è “una finanziaria lacrime e sangue, una finanziaria di guerra che avrà pesanti ricadute su lavoratori, sulle classi popolari e gli studenti di questo Paese”.
Pietro Cusimano (USB) ha sottolineato come ogni euro di spesa pubblica destinato al riarmo significhi un inevitabile taglio alle risorse per sanità, scuola, università e ricerca. Walter Montagnoli (CUB) ha aggiunto che “i nostri diritti vengono sempre più diminuiti da questo governo”, denunciando provvedimenti repressivi diretti a lavoratori, masse popolari e movimenti.
In piazza, a rafforzare il messaggio politico, anche cartelli fortemente critici verso l’esecutivo, tra i quali il più significativo è quello con il manifesto del PMLI “Buttiamo giù il governo Meloni, Mussolini in gonnella per affossare la manovra di austerità e di economia di guerra e la politica interna ed istituzionale fascista, antipopolare e antisindacale e la politica interventista e imperialista” con sotto i punti rivendicativi di lotta proposti dal Partito.
A portare ben alto il suddetto cartello, che ha suscitato interesse e approvazione di molti manifestanti, assieme alla rossa bandiera del Partito, è stata la delegazione della Cellula “Mao” di Milano del PMLI che ha anche diffuso centinaia di copie di un volantino (realizzato dal Comitato lombardo del Partito) che riproduceva il medesimo manifesto con l’aggiunta di QR-Code che collegano, tramite smartphone, agli articoli pubblicati sul Sito internet del PMLI sulla “Manovra di austerità per 18,7 miliardi…”, su Nordio che conferma la matrice piduista della sua controriforma, sul nuovo decreto sicurezza fascista, contro il Ddl fascista Gasparri pro-Israele genocida, sulla UE che si riarma per prepararsi alla guerra mondiale, contro il coinvolgimento militare italiano nella pax imperialista trumpiana a Gaza, e sul procedimento fascista repressivo contro i sindacati che hanno indetto lo sciopero pro-Flotilla del 3 ottobre scorso.

“Giorgia Meloni, con il suo governo, sta portando a termine un piano di trasformazione della Repubblica borghese italiana, da uno Stato democratico borghese a un regime neofascista.” Con queste parole il compagno Angelo Urgo, Segretario del Comitato lombardo del PMLI, ha spiegato il significato del cartello al giornalista della Local Team che lo ha intervistato. Urgo ha aggiunto che si sta completando l’attuazione del “Piano di rinascita democratica” della P2 di Licio Gelli che prevedeva l’instaurazione di un regime neofascista nella forma presidenzialista, attuazione ammessa dallo stesso guardasigilli Nordio in merito alla sua controriforma della magistratura che mira all’assoggettamento di quest’ultima al potere esecutivo.
Nella parte non pubblicata dell’intervista, Urgo ha giudicato la manovra finanziaria un provvedimento di austerità che, mentre destina ingenti risorse alla spesa militare, offre solo misure minime per lavoratori e pensionati, trascura Mezzogiorno, giovani e carovita, non interviene sugli extraprofitti ed è gravemente insufficiente sul fronte sociale e sanitario, concludendo che invece occorrono una patrimoniale, il ripristino della scala mobile, il taglio delle tasse fino a 28mila euro, l’aumento dei salari e delle pensioni minime e più basse.
Il corteo passando per corso Buenos Aires è giunto a piazzale Loreto, per poi spostarsi alla volta della stazione di Lambrate FS. Inizialmente doveva essere quella la mèta finale, ma, un’ingente e provocatorio schieramento di polizia in tenuta antisommossa si è frapposto in Via Palmanova (per impedire l’eventuale occupazione dei binari della stazione di Lambrate) costringendo il corteo a concludersi all’anfiteatro Martesana.
Milano ha indicato la via: solo la mobilitazione di classe, autonoma e indipendente dai partiti borghesi, può respingere l’attacco neofascista, difendere i diritti conquistati e imporre un nuovo orientamento politico fondato sugli interessi dei lavoratori. È necessario trasformare l’indignazione in forza organizzata, lo sciopero in lotta permanente per buttare giù il governo della ducessa Meloni prima che riesca a completare i suoi piani di instaurazione istituzionale del regime neofascista con l’assoggettamento della magistratura ed il premierato. Solo così sarà possibile abbattere la politica antipopolare del governo, spezzare il giogo dell’imperialismo e aprire la strada alla presa del potere politico del proletariato e quindi ad un’Italia nuova, socialista, realmente al servizio delle masse lavoratrici, popolari, femminili, giovanili e studentesche.






