Palazzopoli a Milano
Il Pd difende il sindaco
Sala deve dimettersi

Dai faldoni dell’inchiesta sulla palazzopoli milanese che conta 74 indagati, con alla testa il sindaco Pd Beppe Sala (già city manager nella giunta di “centro-destra” guidata dalla Moratti, accusato di falso ideologico e induzione indebita a dare o promettere utilità) e dalle udienze del Riesame per i sei 6 arrestati fra cui spiccano l’ex assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi e l’ex presidente della commissione per il Paesaggio Giuseppe Marinoni, emerge un mercimonio di favori e corruttele che rendevano la giunta comunale e gli uffici tecnici e urbanistici di Palazzo Marino completamente asserviti alla cricca di architetti, progettisti e imprenditori capeggiata dal boss dei costruttori milanesi Manfredi Catella il quale, attraverso la piattaforma COIMA specializzata nell’investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per conto di investitori istituzionali, decideva di fatto lo sviluppo urbano della città.
Un sistema di potere parallelo che adottava un proprio “piano regolatore ombra ” con bandi, delibere e permessi per costruire palazzi e grattacieli perfino nei giardini condominiali. Tutte le pratiche venivano decise negli uffici privati e presso gli studi professionali dei progettisti coinvolti con incontri informali tra chi voleva costruire e chi doveva decidere e dare il via libera alle opere, oppure nelle chat on line del potentissimo dirigente comunale Giovanni Oggioni il grande manovratore della Commissione paesaggio (arrestato a marzo per corruzione).
Mentre nelle sedi istituzionali preposte: il Consiglio comunale, la giunta e negli uffici tecnici e urbanistici comunali, semplicemente si ratificavano i desiderata della cricca di “mariuoli” che secondo i giudici “si sono mangiati Milano”.
Catella era di fatto il vero sindaco di Milano, il “padrone di Palazzo Marino”, secondo i Pm, egli ostentava un atteggiamento: “al limite dell’inverosimile e fuorilegge”. E nel farlo trattava il sindaco Sala e i vertici dell’amministrazione milanese, dall’assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi al direttore generale del Comune Christian Malangone, come “suoi dipendenti” definendoli tra l’altro “maldestri e poco efficienti”.
La Procura Contesta a Sala due ipotesi di reato: “concorso nel falso commesso da Giuseppe Marinoni nell’aver dichiarato di non essere in conflitto d’interessi; e concorso nell’induzione indebita sempre di Marinoni nel sostegno al progetto Pirellino di Manfredi Catella e Stefano Boeri” l’archistar del Pd che ha progettato il Bosco Verticale, ex assessore e candidato sindaco alle primarie del 2011.
A Sala viene contestata anche la riconferma di Marinoni alla guida della Commissione paesaggio e soprattutto di aver fatto deliberare alla giunta il patrocinio del Comune allo “Studio di una Strategia Urbana e Paesaggistica Porte Metropolitane-Milano 2050” che di fatto istituiva un “piano regolatore ombra” deciso da Marinoni insieme ai costruttori. Un atto che secondo i Pm “creava le basi per l’insorgenza di un perdurante conflitto di interessi in capo a Marinoni, accreditandolo presso tutti gli investitori interessati alla riqualificazione dei nodi” e gli affidava, per delibera di giunta, la guida dello sviluppo urbanistico della città. “Subappaltava a Marinoni – secondo i Pm – la realizzazione di una parte fondamentale dell’approvanda variante del piano di governo del territorio, ben sapendo che era personalmente ed economicamente coinvolto nelle iniziative”. Saranno i giudici a stabilire la gravità del reato. Di certo, l’aver consegnato a Marinoni e ai privati lo sviluppo della città è, dal punto di vista politico, una responsabilità gravissima e già accertata ogni ragionevole dubbio.
La seconda imputazione è riferita alle pressioni che Sala avrebbe esercitato su Marinoni, insieme a Tancredi, Catella e Boeri, per far approvare il progetto Pirellino. La Commissione paesaggio per due volte dice no, troppo impattante. Il 22 giugno dice sì, ma con condizioni. Il 5 ottobre dice sì, senza condizioni. L’approvazione, notano i Pm, arriva subito dopo che l’architetto Alessandro Scandurra, membro della Commissione per il Paesaggio per otto anni, riceve da COIMA di Catella un incarico da 28.500 euro e conclude un contratto per uno studentato in via Messina. Per questo il gip dispone l’arresto per Catella e Scandurra: per corruzione (soldi e incarichi in cambio del suo voto). Ma dice no all’arresto per induzione indebita su Marinoni di Catella e Tancredi (e dunque alleggerisce la posizione anche di Boeri e Sala). Perché la riforma della concussione inserita nella riforma Severino del 2012 impone che chi riceve la pressione abbia un vantaggio personale. In questo caso, secondo i giudici: “Le pressioni su Marinoni erano esclusivamente sostenute dal debito di riconoscenza che sapeva di avere con Tancredi (essendo stato quest’ultimo ad averlo nominato presidente della Commissione), nonché dalla sudditanza che, a sua volta, il coinvolgimento dei più alti rappresentanti del Comune, fra cui il sindaco Sala, era in grado di esercitare su Marinoni”.
Per quanto riguarda Catella, scrivono i giudici nei vari capi d’imputazione, usava i massimi rappresentanti del potere politico e amministrativo della città come strumento per condizionare “a suo vantaggio” i pareri della Commissione per il Paesaggio e i contenuti dei bandi pubblici per “realizzare le massime volumetrie e in deroga alla legge” e accrescere i profitti soffocando Milano e gli interessi pubblici sotto una coltre di cemento e acciaio.
Come è avvenuto ad esempio con i progetti di restauro del Pirellino e la costruzione del nuovo villaggio olimpico che Catella si è aggiudicato grazie anche al “patto corruttivo” e una parcella da 138mila euro elargita all’architetto Scandurra.
Accuse comprovate anche dalle varie chat acquisite dagli inquirenti tra Catella e i massimi vertici dell’amministrazione comunale che secondo i giudici dimostrano “in maniera lampante” che il boss di COIMA è stato “sempre in strettissimo contatto con i vertici della politica e dell’amministrazione del Comune con i quali condivide le dinamiche da lui dettate”. Catella infatti è stato arrestato perché grazie alla rete di protezione di politici e amministratori a lui asserviti è stato ritenuto dai giudici in grado di “far sparire” prove “ancora non note” e continuare a essere il “dominus di una sorta di cupola” volta a “sviare la potestà pianificatoria” del Comune nei cantieri della città.
Al suo compare di cricca, Oggioni, i Pm invece contestano la responsabilità di aver favorito almeno altri 16 progetti immobiliari. In cambio, ha incassato 178 mila euro di consulenze dalla Assimpredil. Mentre altri soldi, 124 mila euro, sono arrivati a sua figlia dalla società Abitare In, uno dei più grossi gruppi immobiliari milanesi.
Di corruzione è accusato anche Paolo Mazzoleni, professore al Politecnico di Milano, già presidente dell’Ordine degli Architetti e della Commissione per il Paesaggio di Milano e attuale assessore Pd a Torino, per aver pagato consulenze dorate a due componenti della Commissione paesaggio, per convincerli a dare il via libera alla costruzione di un palazzone alto 27 metri nel cortile di un condominio: l’“Hidden Garden” in piazza Aspromonte, il primo cantiere della grande speculazione edilizia milanese da cui, dopo l’esposto in Procura da parte di un gruppo di cittadini, è cominciata l’inchiesta sull’urbanistica che ha travolto tutta città.
Dai vari filoni d’inchiesta traspare tutta l’arroganza di una classe politica e dirigenziale corrotta e asservita agli interessi dei privati a discapito dell’amministrazione pubblica e dell’interesse collettivo.
Emblematico in tal senso è secondo i Pm “il modo strumentale con cui si intende la funzione di pubblico ufficiale in seno alla Commissione per il paesaggio considerato anche le posizioni e gli interessi degli interlocutori” a cominciare dell’ex potentissimo vicedirettore Oggioni animatore del gruppo Whatsapp denominato beffardamente “compagni di merende”. Alle chat partecipano anche diversi funzionari pubblici, dirigenti dello Sportello unico per l’edilizia (Sue) e imprenditori che concordano e decidono tempi e modalità di approvazione dei vari progetti da approvare. In uno dei tanti messaggi, annotano gli inquirenti: “l’arrogante” Oggioni nell’annunciare la sua partecipazione a una “cena di lavoro” scrive: “Giovedì ci sono, ubriacatemi che poi ho la Commissione paesaggio, approvo tutto”.
Messaggi inequivocabili che per i Pm fanno da corollario alle “fitte relazioni” che alimentano “un potere di influenza esercitato e affinato su dirigenti e funzionari degli uffici del Comune, politici e legali che curano interessi di immobiliaristi”.
Insomma una vera e propria associazione a delinquere, anche se tale reato non viene mai contestato a nessuno degli indagati da parte dei magistrati, che per Oggioni sta “nell’ordine democratico delle cose che non si può scardinare”. Un “ordine democratico” che a un certo punto disgusta perfino l’architetto Marco Engel (non indagato), presidente dell’istituto nazionale di urbanistica sezione Lombardia, che sul progetto delle Park Towers di Crescenzago commenta: “Che cazzo, è una roba che grida vendetta! Com’è possibile che abbiamo distorto la norma in maniera tale che un intervento di questa dimensione possa essere un intervento di ristrutturazione. Se un magistrato vede una roba così dice: ma non è possibile. La cosa è successa solo a Milano. È solo Milano che si sente forte abbastanza per dire chi se ne fotte. È successo altrove in Italia? Ne dubito”.
Un mercimonio di favori, interessi personali, consulenze e parcelle d’oro (che ormai hanno sostituito le vecchie bustarelle con tangenti ndr) che la dicono lunga sul modo di governare del Pd e sulla cosiddetta “rigenerazione urbana” basata sul “modello Milano” fiore all’occhiello dello sviluppo urbanistico della città che il Pd continua a difendere a spada tratta e che addirittura vorrebbe adottare come modello in tutto il resto d’Italia.
Forte del sostegno incondizionato di tutto il gruppo dirigente Pd con alla testa la segretaria Schlein, Sala non solo non si è dimesso, ma addirittura ha difeso e rivendicato il suo operato ed è passato all’offensiva attaccando la magistratura.
Durante il consiglio comunale del 21 luglio ha fra l’altro affermato: “Le mie mani sono pulite. Se la mia maggioranza mi sostiene con coraggio, io ci sono”. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessun richiamo ai membri della Commissione paesaggio da lui nominati e in palese conflitto di interessi che prendevano soldi dai costruttori in cambio dell’approvazione dei permessi per costruire. Anzi, ha aggiunto provocatoriamente Sala: “Abbiamo sempre dato un indirizzo fortemente progressista, facendo una virtù della collaborazione tra pubblico e privato. Ora dobbiamo far sì che i prossimi sviluppi urbanistici abbiano sempre maggiore attenzione per i servizi pubblici, dobbiamo migliorare il trasporto pubblico locale, la cura di ogni quartiere”.
Si va avanti come prima e possibilmente anche più di prima, da settembre ha annunciato Sala si riparte con la cessione di San Siro a Milan e Inter.
Tutto il rancore Sala lo riserva alla magistratura e all’inchiesta che lo coinvolge “Fonte di grande sofferenza… Giustizia e politica si occupano di ambiti diversi. Non posso esimermi dal rilevare un comportamento ricorrente e profondamente sbagliato. Ho appreso dai media che la Procura non ha ritenuto necessario notificarmi alcunché. Ma perché gli atti vengono dati ai media? Vi sta bene che intercettazioni private diventino pubbliche?… Tutto ciò che ho fatto si è sempre e esclusivamente basato su ciò che ritengo essere l’interesse dei cittadini. Non esiste una singola azione che possa essere attribuita al mio vantaggio. Nessuno riuscirà a destabilizzarmi”.
Anche perché ha avvertito Sala, strizzando l’occhio alla destra neofascista e molto garantista nei suoi confronti: “Ricordo a chi ne approfitta: oggi a me, domani a te”.
La palazzopoli milanese conferma che il Pd e la Schlein a parole invocano “l’alternativa”, “un cambio di rotta”, “una svolta”, rivendicano “rinnovamento” e “discontinuità” ma nei fatti si comportano esattamente, se non peggio, della maggioranza di governo del regime capitalista e neofascista condividendo sostanzialmente la stessa visione politica e lo stesso programma come conferma appunto il “modello Milano” elaborato dalle giunte Berlusconi-Moratti, approvato dalla giunta Bersani-Renzi-Pisapia e attuato dalla giunta Schlein-Sala.
Non a caso Sala, oltre al sostegno del Pd ha incassato anche il sostegno di Meloni: “non si lascia l’incarico per un avviso di garanzia”; di Tajani: “Le inchieste non possono bloccare Milano, è giusto che non si dimetta” e perfino di Salvini: “Il problema per tutti i milanesi è la città ferma, quindi invito di nuovo il sindaco Sala, a prescindere da un processo che sono sicuro e spero vedrà l’innocenza di tutti gli indagati, a riflettere se trascinare per un anno e mezzo la città ferma o se farsi da parte e lasciare che siano i cittadini a parlare”.
Parole che: “Mi hanno fatto piacere – ha ringraziato Sala – Sono parole corrette. Non possiamo essere legalitari a corrente alternata”.
Un gioco delle parti che probabilmente sarà utile a Sala e alla banda di “mariuoli” della Commissione per il paesaggio ad alleviare le conseguenze penali, ma le responsabilità politiche sono lampanti e Sala, se gli è rimasto ancora un briciolo di vergogna, dovrebbe dimettersi immediatamente.

